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May, 2006 naifè stato scritto due anni fa..oggi sono due anni..auguri camillina..leggendolo, quante cose sono cambiate.. Un bambino? Non ci avevo mai pensato. Juliette era tornata nella mia camera, indossando un accappatoio rosa troppo piccolo per il suo metro e sessantacinque, le gambe quasi completamente scoperte, il seno che spuntava, tenendo in mano un termometro, gli occhi preoccupati, la bocca serrata. Si appoggiò sul letto, guardando la finestra con aria pensierosa. Le chiesi se aveva la febbre. Nessuna risposta. Nemmeno mi guardò, allungandomi il termometro con la mano sinistra, la destra cinta all’altezza dell’ombelico. Non riconobbi subito quello strano oggetto. Non aveva numeri. Non aveva una linea di mercurio. Aveva solo due macchiette rosse. Una piccola fiammella si accese nello spazio celebrale, come un grillo lontano, cui non prestai ascolto. Incominciai a osservarla: tamburellava nervosamente le dita, i suoi occhi brillavano. Quell’idea remota cominciò a spingere fra le altre, mentre riportavo la mia attenzione sul termometro. Poi capii. I miei occhi si ridussero a due fessure, la fronte si tinse di nuove giovani rughe, poi una piccola falce si aprì sul viso, sempre più grande, simile a un arcobaleno, incominciai a ridere, non una risata violenta, ostentazione di potenza, ma una piccola risata di felicità, pura come l’idea che mi martellava la testa. Lei sembrava felice, anche se si sforzava di non farlo vedere, cercava di proteggere le sue emozioni, intimorita, lasciando che solo le profondità degli occhi ridessero sguaiatamente. L’aria, in strada, era diversa. Lo sguardo delle persone era diverso. Tutti avevano la faccia rivolta all’insù, radiosa, osservando un cielo mai così bello, preparatosi apposta per l’occasione, le campane suonavano a festa, le colombe tubavano felici sulle statue monumentali, pulite. Il sole stava scomparendo tra i flutti marini, il cielo si striava di arancione, rosso, giallo, riflettendo quei caldi colori negli occhi di quel ragazzo, quasi bambino, con un figlio a carico e una vita tutta da scoprire, che si avventurava in quella città così colpita dalla sua espressione beata, dai suoi occhi trasognati, dal suo fiocco rosa-azzurro nelle mani. Vagavo per la strada, gli occhi sognanti, lucidi, incapaci di mettere a fuoco un soggetto, nella mente un sovrapporsi di sorrisi e sorrisi, ingenui, spontanei, felici. Mi vedevo davanti tantissime scene diverse, mentre le cantavo la ninnnananna o gli cambiavo il pannolino, la sua mamma seduta su una sedia a dondolo color nocciola sotto un pesco, in un prato fiorito, cullando la piccola sotto un esile filo di vento che le scopigliava i leggeri capelli castani, mentre il sole giocava all’amore con le nuvole e le rondini annunciavano la primavera. Non stavo pensando all’idea del bambino in sé, quanto alla mia vita, all’amore che avrei potuto dare, alla felicità che avrei potuto ricevere, tutto da un frugoletto di nemmeno 3 chili. Sarebbe potuto essere un maschio, una femmina, un pargoletto di un panda, sarebbe stato lo stesso, perché sarebbe stato mio, l’avrei reso speciale con il mio cuore e la mia testa di cazzo, unico nel suo genere perché nato da uno altrettanto unico, un perdente, felice. Più si avvicinava il giorbo più io mi sentivo estasiato, vivevo in un mondo parallelo, o in un mondo reale ma in una mente parallela, fanculo ai 2 di matematica, alle partite di palloni, alle serate alcoliche. Uno sguardo a quel pancione della mia Juliette mi mandava in botta, felice, cullandomi con pensieri quasi reali e sogni ancora per poco. Lo chiamavamo Tabata, quel piccolo scricciolo ancora indefinito, mentre nel mio cuore si sommavano nomi e immagini. Quello che più si mostrava era Cecilia, il sogno della mia giovane adolescenza, la principessa che straziava il mio cuore, mentre quel piccolo sentimento voleva solo abbracciarla, amarla. Quel piccolo Tabata si sarebbe chiamato Cecilia, per rimarginare tutte le ferite aperte, una scelta egoistica per amare chi non ero riuscito ad avere, per accontentare me stesso. E il 29 maggio si chiamò Camilla. … “Ha tre giorni. E’ grossa come l’arrosto di una famiglia numerosa, lo stesso color rosso carne, debitamente insalsicciata nella spessa cotica delle fasce, è lucida, tutta tondetta, è un bebé, è l’innocenza. Ma occhio! Quando ronfa, con palpebre e pugni chiusi, si capisce che lo fa al solo scopo di svegliarsi, e di farlo sapere. E quando si sveglia: le batterie improvvisamente in azione, l’urlo degli Shrapnel, l’aria tutta un suono, il mondo che trema sulle sue fondamenta, e l’uomo che tentenna dentro di sé, pronto a tutti gli eroismi e a tutte le viltà, purchè la smetta, purchè ritrovi il sonno, anche un quarto d’ora, purchè ridiventi l’enorme involtino, minaccioso come una granata, ma almeno silenziosa.” Comments (1)
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