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    May, 2006

    spettri

    una storia..vecchia..per fare un po di archivio..

    Spettri

    La porta era aperta.
    Era una stanza non tanto grande, ben arredata, molto femminile. Accanto alla porta una libreria, un grande armadio. Alle pareti poster, foto, ritagli. Contro il muro un letto. Una ragazza era seduta sopra, le mani strette intorno a un cuscino ricamato, blu. Tutt’intorno dei peluches, delle foto accanto al letto, un poster, due bambini che si baciavano. La ragazza, “quella ragazza”, piangeva, stritolando quel povero cuscino, martoriando quel suo piccolo cuore. Guardava la sua casa delle bambole, il suo orsacchiotto, la sua immagine riflessa nello specchio dell’armadio, aperto, la sua infanzia, piange. Piange per lui, per quel ragazzo così strano e così attraente, ma così distante.
    Ma non è “lei” la protagonista di questa storia.

    E’ per non trovarsi in momenti come questi, quando la notte cala e il giorno sale, la tensione è come un tarlo, le dita si riducono solo a spunzoni senza vita, animate come burattini da leggeri fili che trapassano l’aria.
    Purtroppo è capitato, purtroppo ricapiterà. Non puoi farci niente, è il fiume della vita che segue il suo corso, correnti invisibili lo sospingono verso traguardi irraggiungibili, il mare, troppo bello per accogliere miasmi di una vita che fu, arrivata ormai all’ultima curva prima dell’infinito. Ma quell’ansa del fiume, quando già si possono udire i flutti del mare, le voci di bambini perse in un’età senza tempo, felice, è la più bastarda, contenta di farti affondare, orgogliosa degli scalpi che ha preso, dei sorrisi che ha straziato, delle lacrime che ha fatto.
    Lucy rimase lì, guardando quel vuoto immaginava ciò che potesse essere successo. Le dita ritmicamente sbattute su un fottuto banco di scuola, in quel momento così stupido e inutile, la testa ciondolante passava sugli amici, da sempre compagni di avventura ora inconsapevoli e esclusi dalla sventura, la sua sventura, le gambe tremanti oscillavano tra il pavimento e il cielo, gli occhi roteavano intorno senza meta, solo il cervello osservava impietrito, incurante della caduta di Roma, del muro di Berlino, di 6x4=24, del cacciator sull’uscio a rimirar.
    Quella mattina Lucy se l’era sentita strana, stretta, i biscotti non avevano quel sapore descritto nella confezione, il latte non dava il 20% del calcio giornaliero, le mutande rosa spuntavano troppo poco dai suoi pantaloni verdi, la magliettina di seta attillata non mostrava tutto il fascino del suo piccolo piercing. E suo padre non era a casa.
    La strada per la scuola le era apparsa buia, simile al colore del cielo di quel giorno, grigio, non sembrava più che la primavera fosse alle porte, altresì pareva che l’inverno fosse rinato, il vento fosse più pungente, il sole più freddo, la natura più morta.
    Poi quella telefonata. Il cellulare iniziò a vibrare, sempre di più, mentre la Turkist March ronzava nell’aria, sovrastata da Lose your self, che Lucy stava ascoltando. Non rispose subito. Quell’anonimo che illuminava lo schermo azzurro non la interresava molto. Era l’ospedale. Suo padre era ferito. Era stato aggredito, quella mattina presto. Aveva un profondo taglio sulla testa. Non era fuori pericolo. Lucy non comprese subito il significato di quelle parole, la testa ancora addormentata non le facilitava il gravoso compito.
    Lacrime. Lentamente iniziarono a sgorgare, bagnandole quel dolce viso, rovinandole la matita che minuziosamente si era messa, rendendole rossi quegli occhioni blu che tanto amava. Voleva correre, urlare, scappare, andare da lui, ma non fece nulla di tutto questo, continuò quel tragitto verso scuola, come voleva suo padre, come avrebbe voluto suo padre.
    Voleva dirlo a qualcuno, avere qualcuno che la confortasse, che la tranquillizzasse. Voleva tenerlo per sé, non voleva attirare l’attenzione dei suoi compagni, stupidi. Poi vide lui. Un ragazzo non molto alto, carino, che lei desiderava da tempo, senza averlo mai detto. Provò a nascondersi tra la folla, ma lui l’aveva già vista. Provò ad asciugarsi gli occhi, inultimente, il suo viso spiegava già tutto. –Cos’è successo?- Glielo disse, senza pensarci, mentre erano appoggiati al davanzale, non riuscendo a trattenere le lacrime. –Non ti avevo mai visto piangere..-
    Quella prima ora di lezione scivolò via, fio fis non incoraggiava le orecchie di Lucy, tremante per quel pensiero che appariva continuamente nella sua mente, cercando con lo sguardo quel ragazzo, l’unico che sapeva, e che le sorrideva per tirarle su il morale, mentre le lacrime a più riprese affluivano dai suoi occhi, subito represse a stento, inghiottite più volte. Non suo padre. Aveva troppi ricordi belli con lui, mentre giocavano sul tappeto di casa o nel lettone, mentre guardavano gli Europei, mentre andavano al cinema, loro due soli, mentre le cantava la canzone della buonanotte, mentre la portava ai giardini a giocare. Non voleva privarsene.
    Impossibile continuare così, dopo qualche ora finalmente una parola, immaginata, sognata, sperata in quelle maledette quattro ore costretta immobile in quell’ultimo banco, impassibile di fronte al dolore, rieccheggiò nell’orecchio destro, nel sinistro, nel cervello, nel sangue, nei polmoni, nelle braccia, negli occhi: vive.
    E allora si sciolse. Il senso di colpa, fino a quel momento così opprimente e schiacciante, inziò ad andarsene, lasciando al suo posto una debole speranza, crescente battito dopo battito, mentre si tirava su quei pantaloni a coprire le mutande, come vuole suo padre.

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